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La sensazione percepibile in modo immediato, quasi
epidermico, d'inevitabilità e d'impotenza che si avverte leggendo
il testo delle lettere, pubblicate e ripubblicate in vari quotidiani,
del prof. Marco Biagi, immobilizza l'animo e la ragione rendendo impossibile
un'immediata reazione argomentativa idonea a giustificare la triste dinamica
dei fatti.
Le domande che con moto circolare
si presentano e ripresentano nella mente non trovano una risposta plausibile,
non trovano un motivo valido, non trovano una causa efficiente e sufficiente
a motivare verosimilmente quanto è accaduto.
L'elemento costante e traboccante
in questa vicenda sono le domande, i mille quesiti particolari tutti riconducibili
all'unico reale, ed in realtà sufficiente ad illuminare gli altri:
perché ?
Perché non si è fatto
quello che si poteva e doveva fare ?
Perché è iniziata, forse calcolato in modo scientifico,
ad un certo punto della storia recente della nostra Repubblica una campagna
per la diminuzione delle scorte ritenute sovrabbondanti ?
Perché in un periodo difficile
di attacchi mirati ed armati alle Istituzioni della Repubblica, invece
di reagire fisiologicamente unendo e cementando i seppur pochi valori
appartenenti a tutti, si continua a prestare il fianco più debole,
quello dello scontro interno, ai comuni e terribili nemici ?
Perché abbandonare a se
stesso un uomo armato solo della propria ragione nella triste consapevolezza
del fatto che quest'ultima, da sola, nulla può fare contro la cieca
forza della violenza fisica e verbale?
Forse non si tratta di domande
cicliche, ma di angosce ricorrenti che prendono spazio e rilevanza quando
mancano riferimenti logici idonei a costruire un quadro plausibile dei
fatti e delle circostanze di una vicenda che segna, come poche altre,
profondamente e trasversalmente il tessuto sociale del nostro Paese.
Un tentativo credibile di esorcizzare
queste paure si rinviene in quella kafkiana dinamica ed operosa inerzia
propria di una struttura statale assente e pigra, persa, per caso o per
sorte, nei meandri di un "Castello" burocratico attento ad attribuire
significato ed importanza ad elementi procedurali secondari perdendo,
scollandosi lentamente, il contatto con il tessuto vitale e reale della
società .
Non è un discorso d'accusa
rivolto alla nostra classe politica e dirigenziale, ma è un ragionamento
che nasce sull'eco dei veleni urlati e vomitati in questi difficili giorni
della storia della nostra Repubblica, che non tenta di dare risposte certe
ed inequivocabili, perché in realtà non si dispone dei dati
sufficienti per elaborare e formulare in modo credibile neppure delle
semplici congetture.
Allora chiudiamo per qualche secondo
le porte alle accuse sterili e reciproche che tutti rivolgono contro tutti,
nel tentativo di allontanare "untori" ed "unti" da
sé e dalla propria prestigiosa figura. Stacchiamo la mente eliminando
gli steccati che altri hanno posto come argine ai nostri pensieri preconfezionati
dai "confezionatori di notizie ed opinioni" ed affidiamoci alle
sensazioni ed alle emozioni che due grandi Autori, uno contemporaneo ed
uno del passato, ci fanno percepire con le loro immortali parole. Eterne
rappresentazioni di tragedie ampiamente annunciate che pescano nella quotidianità
umana aspetti e debolezze che vivono e riposano nell'animo di ciascuno,
sicuramente non nobili ma non per questo meno rilevanti, portandoli alla
luce: l'uno, con la crudezza delle immagini e con una pungente allegoria
sulla vita, sulla morte, sull'onore e l'altro, con la stupenda narrazione
di una delle tragedie più significative dell'antica e sempre attuale
storia di Roma.
Il primo libro "Cronaca di
una morte annunciata", da cui è tratto anche il titolo di
questo articolo, è stato scritto da Gabriel Garcìa Màrquez
, autore latinoamericano tra i più importanti e famosi, qualche
mese prima di ricevere il premio Nobel per la Letteratura nel 1982.
Si riportano solo alcuni brani
utili al fine di far percepire la sensazione che si vuol descrivere, consigliando
di leggere l'intera opera per assaporare il clima di un mondo di fantasia
che poi non è così lontano da quello reale :
"...Il giorno che l'avrebbero ucciso, Santiago Nasar si alzò
alle 5:30 del mattino per andare ad aspettare il battello con cui arrivava
il vescovo. Aveva sognato di attraversare un bosco...sotto una pioggerellina
tenera, e per un istante fu felice dentro il sogno, ma nel ridestarsi
si sentì inzaccherato da capo a piedi di cacca d'uccello. Sognava
sempre alberi, - mi disse Placida Linero sua madre, 27 anni dopo, nel
rievocare i particolari di quel lunedì ingrato. - La settimana
prima aveva sognato di trovarsi da solo su un aereo di carta stagnola
che volava in mezzo ai mandorli senza mai trovare ostacoli, mi disse.
Plàcida Linero godeva di una ben meritata fama di sicura interprete
dei sogni altrui, a patto che glieli raccontassero a digiuno, ma non aveva
riscontrato il minimo segno di malaugurio in quei due sogni del figlio...che
precedettero la sua morte. Neppure Santiago Nasar riconobbe il presagio.
Aveva dormito poco e male...le numerose persone che incontrò sul
suo cammino da quando uscì di casa alle 6:05 fino a quando venne
squartato come un maiale...,lo ricordavano un po' assonnato, ma di buon
umore, e a tutti fece notare in modo abbastanza casuale che era una bellissima
giornata...Molti concordavano nel ricordare che era una mattina scintillante
percorsa da una brezza...ma i più erano concordi nel dire ch'era
un tempo funereo, con un cielo torbido e basso e un denso odore d'acque
stagnanti, e che nel momento della disgrazia veniva giù una pioggerellina
minuta come quella che aveva viso Santiago Nasar nel bosco del suo sogno...
".
In un villaggio di poche anime tutte erano a conoscenza del fatto che
i carnefici di lì a poco avrebbero compiuto il destino che essi
stessi avevano più volte annunciato con tutti i mezzi a loro disposizione:
1)- informando i gestori delle attività commerciali più
utilizzate, considerate veri e propri centri di "divulgazione celere",
tramite un passaparola incessante, di qualunque informazione;
2)- rigurgitando le future e funeste intenzioni al rappresentante della
forza pubblica che ne sottovalutò la consistenza;
3)- facendo arrivare la notizia del futuro e certo crimine sin ai piedi
della casa della vittima.
Nonostante tutti gli avvertimenti dei futuri assassini, le loro richieste
implicite ed esplicite di essere fermati, per una serie di elementi umani
contingenti, la tragedia descritta in modo mirabile dall'autore latinoamericano,
si è compiuta secondo un copione ampiamente annunciato.
"...tutto sembrava dimostrare che i fratelli Vicario ( i carnefici
) non avevano fatto nulla di ciò che sarebbe stato utile per uccidere
in maniera rapida e senza ostentazione pubblica, ma anzi fecero molto
di più di ciò che era pensabile perché qualcuno impedisse
loro di ucciderlo, e non ci riuscirono ".
L'altra opera che la vicenda della tragica morte del prof.Biagi ripropone
alla memoria, in particolare per l'estrema prevedibilità del suo
tragico epilogo conosciuto e avvertito come non eludibile destino anche
dai suoi più intimi familiari, è il "Giulio Cesere"
di Shakespeare:
"Scena seconda: - Roma. Il palazzo di Cesare. Tuoni e lampi. Entra
Giulio Cesare in veste da camera. -
- Cesare: Né cielo né terra hanno avuto un momento di tregua
stanotte. Tre volte Calpurnia ha gridato nel sonno: "aiuto, aiuto!
Uccidono Cesare !". Chi c'è in casa?
( entra un servo )
- Servo: mio signore ?
- Cesare: va', prega i sacerdoti di compiere subito un sacrificio, e torna
a riferirmi cosa pensano del responso.
- Servo: vado.
( entra Calpurnia)
- Calpurnia: che intenzioni hai, Cesare? Pensi di uscire ? Non devi muoverti
di casa, oggi.
- Cesare: Cesare uscirà. I pericoli cui sono esposto non mi hanno
mai guardato che di spalle; quando vedranno il volto di Cesare, si saranno
già dileguati.
- Calpurnia: Cesare non ha mai attribuito importanza ai presagi, e però
adesso mi fanno paura. C'è uno qui dentro che...riferisce di prodigi
terrificanti visti dalle guardie. Una leonessa ha partorito per le strade,
e le tombe si sono spalancate restituendo i loro morti; spietati fiammeggianti
guerrieri combattono sulle nubi in ranghi e squadroni in perfetto assetto
da guerra, grondando sangue sul Campidoglio. Il fragore della battaglia
echeggiava nell'aria, i cavalli nitrivano, gli uomini agonizzanti gemevano,
e gli spiriti urlavano e stridevano nelle strade. O Cesare, questi fenomeni
sono del tutto inconsueti, e io ne provo paura.
- Cesare: come è possibile evitare eventi il cui fine è
decretato dagli dei possenti? Cesare tuttavia uscirà, poiché
questi presagi riguardano tutto il mondo e quindi anche Cesare.
...(omissis)...
- Cesare: i codardi muoiono molte volte prima della loro dipartita; gli
audaci non conoscono la morte che una volta sola. Tra le tante meraviglie
di cui ho sentito dire finora, mi sembra che la più strana sia
quella che gli uomini debbano provare paura, considerato che la morte,
epilogo inevitabile, verrà quando verrà. ( entra un servo)
Che dicono gli auguri?
- Servo: vorrebbero che non andaste in giro oggi. Nell'estrarre le viscere
di una vittima, non hanno trovato il cuore della bestia.
- Cesare: gli dei fanno ciò a dileggio della codardia: Cesare sarebbe
una bestia priva di cuore se, oggi, per paura, dovesse restare a casa.
No, Cesare non lo farà. Il pericolo sa benissimo che Cesare è
più pericoloso di lui...".
Naturalmente questi capolavori
della letteratura d'ogni tempo non sono stati citati per un motivo determinato,
ben individuato nella sua realtà logica e storica, ma semplicemente
per offrire un quadro emotivo e passionale su cui poggiare la vicenda
di un omicidio terribile nella sua drammatica solitudine, proprio perché
più volte annunciato dagli stessi carnefici e conosciuto in largo
anticipo dalla sua vittima sacrificale.
Preferisco non aggiungere nulla di più a quanto riportato, anche
perché molto si è detto e molto si dirà su questo
funesto e ancora non chiaro dramma.
Voglio concludere utilizzando, ancora una volta, le parole di Gabriel
Garcìa Màrquez, le uniche che sembrano offrire un elemento
di certezza a cui aggrapparsi per giustificare non l'evento omicidio in
sé che ha ben altre motivazioni, ma la sua possibile realizzazione
da parte di persone senza scrupoli che spavaldamente annunciano e successivamente
eseguono, con fredda determinatezza, i loro piani criminosi:
"Il giudice istruttore cercò almeno una persona che lo avesse
visto, e lo fece con altrettanta insistenza di me, ma non fu possibile
trovarla. Nel foglio 382 dell'istruttoria scrisse un'altra sentenza a
margine con inchiostro rosso: la fatalità ci rende invisibili".
Leo Stilo
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I brani riportati nel testo sono ripresi dalle seguenti opere ( e relative
traduzioni):
Franz Kafka, Il castello, in Romanzi, (a cura di ERVINO POCAR), Arnoldo
Mondadori Editore, ed.1991, ristampa 1998.
Gabriel Garcìa Màrquez, "Cronaca di una morte annunciata",
Enaudi, 1999, traduzione di Dario Puccini.
William Shakespeare, "Giulio Cesare", Newton, 1995, traduzione
a cura di Flavio Giacomantonio.
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