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Omicidio Biagi: "Cronaca di una morte annunciata"?

[di
Leo Stilo]


La sensazione percepibile in modo immediato, quasi epidermico, d'inevitabilità e d'impotenza che si avverte leggendo il testo delle lettere, pubblicate e ripubblicate in vari quotidiani, del prof. Marco Biagi, immobilizza l'animo e la ragione rendendo impossibile un'immediata reazione argomentativa idonea a giustificare la triste dinamica dei fatti.

Le domande che con moto circolare si presentano e ripresentano nella mente non trovano una risposta plausibile, non trovano un motivo valido, non trovano una causa efficiente e sufficiente a motivare verosimilmente quanto è accaduto.

L'elemento costante e traboccante in questa vicenda sono le domande, i mille quesiti particolari tutti riconducibili all'unico reale, ed in realtà sufficiente ad illuminare gli altri: perché ?

Perché non si è fatto quello che si poteva e doveva fare ?
Perché è iniziata, forse calcolato in modo scientifico, ad un certo punto della storia recente della nostra Repubblica una campagna per la diminuzione delle scorte ritenute sovrabbondanti ?

Perché in un periodo difficile di attacchi mirati ed armati alle Istituzioni della Repubblica, invece di reagire fisiologicamente unendo e cementando i seppur pochi valori appartenenti a tutti, si continua a prestare il fianco più debole, quello dello scontro interno, ai comuni e terribili nemici ?

Perché abbandonare a se stesso un uomo armato solo della propria ragione nella triste consapevolezza del fatto che quest'ultima, da sola, nulla può fare contro la cieca forza della violenza fisica e verbale?

Forse non si tratta di domande cicliche, ma di angosce ricorrenti che prendono spazio e rilevanza quando mancano riferimenti logici idonei a costruire un quadro plausibile dei fatti e delle circostanze di una vicenda che segna, come poche altre, profondamente e trasversalmente il tessuto sociale del nostro Paese.

Un tentativo credibile di esorcizzare queste paure si rinviene in quella kafkiana dinamica ed operosa inerzia propria di una struttura statale assente e pigra, persa, per caso o per sorte, nei meandri di un "Castello" burocratico attento ad attribuire significato ed importanza ad elementi procedurali secondari perdendo, scollandosi lentamente, il contatto con il tessuto vitale e reale della società .

Non è un discorso d'accusa rivolto alla nostra classe politica e dirigenziale, ma è un ragionamento che nasce sull'eco dei veleni urlati e vomitati in questi difficili giorni della storia della nostra Repubblica, che non tenta di dare risposte certe ed inequivocabili, perché in realtà non si dispone dei dati sufficienti per elaborare e formulare in modo credibile neppure delle semplici congetture.

Allora chiudiamo per qualche secondo le porte alle accuse sterili e reciproche che tutti rivolgono contro tutti, nel tentativo di allontanare "untori" ed "unti" da sé e dalla propria prestigiosa figura. Stacchiamo la mente eliminando gli steccati che altri hanno posto come argine ai nostri pensieri preconfezionati dai "confezionatori di notizie ed opinioni" ed affidiamoci alle sensazioni ed alle emozioni che due grandi Autori, uno contemporaneo ed uno del passato, ci fanno percepire con le loro immortali parole. Eterne rappresentazioni di tragedie ampiamente annunciate che pescano nella quotidianità umana aspetti e debolezze che vivono e riposano nell'animo di ciascuno, sicuramente non nobili ma non per questo meno rilevanti, portandoli alla luce: l'uno, con la crudezza delle immagini e con una pungente allegoria sulla vita, sulla morte, sull'onore e l'altro, con la stupenda narrazione di una delle tragedie più significative dell'antica e sempre attuale storia di Roma.

Il primo libro "Cronaca di una morte annunciata", da cui è tratto anche il titolo di questo articolo, è stato scritto da Gabriel Garcìa Màrquez , autore latinoamericano tra i più importanti e famosi, qualche mese prima di ricevere il premio Nobel per la Letteratura nel 1982.

Si riportano solo alcuni brani utili al fine di far percepire la sensazione che si vuol descrivere, consigliando di leggere l'intera opera per assaporare il clima di un mondo di fantasia che poi non è così lontano da quello reale :
"...Il giorno che l'avrebbero ucciso, Santiago Nasar si alzò alle 5:30 del mattino per andare ad aspettare il battello con cui arrivava il vescovo. Aveva sognato di attraversare un bosco...sotto una pioggerellina tenera, e per un istante fu felice dentro il sogno, ma nel ridestarsi si sentì inzaccherato da capo a piedi di cacca d'uccello. Sognava sempre alberi, - mi disse Placida Linero sua madre, 27 anni dopo, nel rievocare i particolari di quel lunedì ingrato. - La settimana prima aveva sognato di trovarsi da solo su un aereo di carta stagnola che volava in mezzo ai mandorli senza mai trovare ostacoli, mi disse. Plàcida Linero godeva di una ben meritata fama di sicura interprete dei sogni altrui, a patto che glieli raccontassero a digiuno, ma non aveva riscontrato il minimo segno di malaugurio in quei due sogni del figlio...che precedettero la sua morte. Neppure Santiago Nasar riconobbe il presagio. Aveva dormito poco e male...le numerose persone che incontrò sul suo cammino da quando uscì di casa alle 6:05 fino a quando venne squartato come un maiale...,lo ricordavano un po' assonnato, ma di buon umore, e a tutti fece notare in modo abbastanza casuale che era una bellissima giornata...Molti concordavano nel ricordare che era una mattina scintillante percorsa da una brezza...ma i più erano concordi nel dire ch'era un tempo funereo, con un cielo torbido e basso e un denso odore d'acque stagnanti, e che nel momento della disgrazia veniva giù una pioggerellina minuta come quella che aveva viso Santiago Nasar nel bosco del suo sogno... ".
In un villaggio di poche anime tutte erano a conoscenza del fatto che i carnefici di lì a poco avrebbero compiuto il destino che essi stessi avevano più volte annunciato con tutti i mezzi a loro disposizione:
1)- informando i gestori delle attività commerciali più utilizzate, considerate veri e propri centri di "divulgazione celere", tramite un passaparola incessante, di qualunque informazione;
2)- rigurgitando le future e funeste intenzioni al rappresentante della forza pubblica che ne sottovalutò la consistenza;
3)- facendo arrivare la notizia del futuro e certo crimine sin ai piedi della casa della vittima.
Nonostante tutti gli avvertimenti dei futuri assassini, le loro richieste implicite ed esplicite di essere fermati, per una serie di elementi umani contingenti, la tragedia descritta in modo mirabile dall'autore latinoamericano, si è compiuta secondo un copione ampiamente annunciato.
"...tutto sembrava dimostrare che i fratelli Vicario ( i carnefici ) non avevano fatto nulla di ciò che sarebbe stato utile per uccidere in maniera rapida e senza ostentazione pubblica, ma anzi fecero molto di più di ciò che era pensabile perché qualcuno impedisse loro di ucciderlo, e non ci riuscirono ".
L'altra opera che la vicenda della tragica morte del prof.Biagi ripropone alla memoria, in particolare per l'estrema prevedibilità del suo tragico epilogo conosciuto e avvertito come non eludibile destino anche dai suoi più intimi familiari, è il "Giulio Cesere" di Shakespeare:
"Scena seconda: - Roma. Il palazzo di Cesare. Tuoni e lampi. Entra Giulio Cesare in veste da camera. -
- Cesare: Né cielo né terra hanno avuto un momento di tregua stanotte. Tre volte Calpurnia ha gridato nel sonno: "aiuto, aiuto! Uccidono Cesare !". Chi c'è in casa?
( entra un servo )
- Servo: mio signore ?
- Cesare: va', prega i sacerdoti di compiere subito un sacrificio, e torna a riferirmi cosa pensano del responso.
- Servo: vado.
( entra Calpurnia)
- Calpurnia: che intenzioni hai, Cesare? Pensi di uscire ? Non devi muoverti di casa, oggi.
- Cesare: Cesare uscirà. I pericoli cui sono esposto non mi hanno mai guardato che di spalle; quando vedranno il volto di Cesare, si saranno già dileguati.
- Calpurnia: Cesare non ha mai attribuito importanza ai presagi, e però adesso mi fanno paura. C'è uno qui dentro che...riferisce di prodigi terrificanti visti dalle guardie. Una leonessa ha partorito per le strade, e le tombe si sono spalancate restituendo i loro morti; spietati fiammeggianti guerrieri combattono sulle nubi in ranghi e squadroni in perfetto assetto da guerra, grondando sangue sul Campidoglio. Il fragore della battaglia echeggiava nell'aria, i cavalli nitrivano, gli uomini agonizzanti gemevano, e gli spiriti urlavano e stridevano nelle strade. O Cesare, questi fenomeni sono del tutto inconsueti, e io ne provo paura.
- Cesare: come è possibile evitare eventi il cui fine è decretato dagli dei possenti? Cesare tuttavia uscirà, poiché questi presagi riguardano tutto il mondo e quindi anche Cesare.
...(omissis)...
- Cesare: i codardi muoiono molte volte prima della loro dipartita; gli audaci non conoscono la morte che una volta sola. Tra le tante meraviglie di cui ho sentito dire finora, mi sembra che la più strana sia quella che gli uomini debbano provare paura, considerato che la morte, epilogo inevitabile, verrà quando verrà. ( entra un servo) Che dicono gli auguri?
- Servo: vorrebbero che non andaste in giro oggi. Nell'estrarre le viscere di una vittima, non hanno trovato il cuore della bestia.
- Cesare: gli dei fanno ciò a dileggio della codardia: Cesare sarebbe una bestia priva di cuore se, oggi, per paura, dovesse restare a casa. No, Cesare non lo farà. Il pericolo sa benissimo che Cesare è più pericoloso di lui...".

Naturalmente questi capolavori della letteratura d'ogni tempo non sono stati citati per un motivo determinato, ben individuato nella sua realtà logica e storica, ma semplicemente per offrire un quadro emotivo e passionale su cui poggiare la vicenda di un omicidio terribile nella sua drammatica solitudine, proprio perché più volte annunciato dagli stessi carnefici e conosciuto in largo anticipo dalla sua vittima sacrificale.
Preferisco non aggiungere nulla di più a quanto riportato, anche perché molto si è detto e molto si dirà su questo funesto e ancora non chiaro dramma.
Voglio concludere utilizzando, ancora una volta, le parole di Gabriel Garcìa Màrquez, le uniche che sembrano offrire un elemento di certezza a cui aggrapparsi per giustificare non l'evento omicidio in sé che ha ben altre motivazioni, ma la sua possibile realizzazione da parte di persone senza scrupoli che spavaldamente annunciano e successivamente eseguono, con fredda determinatezza, i loro piani criminosi:
"Il giudice istruttore cercò almeno una persona che lo avesse visto, e lo fece con altrettanta insistenza di me, ma non fu possibile trovarla. Nel foglio 382 dell'istruttoria scrisse un'altra sentenza a margine con inchiostro rosso: la fatalità ci rende invisibili".
Leo Stilo
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I brani riportati nel testo sono ripresi dalle seguenti opere ( e relative traduzioni):
Franz Kafka, Il castello, in Romanzi, (a cura di ERVINO POCAR), Arnoldo Mondadori Editore, ed.1991, ristampa 1998.
Gabriel Garcìa Màrquez, "Cronaca di una morte annunciata", Enaudi, 1999, traduzione di Dario Puccini.
William Shakespeare, "Giulio Cesare", Newton, 1995, traduzione a cura di Flavio Giacomantonio.


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